Cosa succede ai dipendenti di un’azienda fallita?

Tra le tante preoccupazioni di un lavoratore, non può mancare il rischio che l’azienda fallisca. In questo caso, la possibilità di rimanere disoccupati, anche per un lungo periodo di tempo, è dietro l’angolo, ma non sempre la situazione va così. Al contrario di ciò che si può pensare, non spetta al datore di lavoro licenziare il dipendente, ma al curatore fallimentare. Lo sottolinea una recente sentenza della Cassazione. Il contratto a tempo indeterminato, comunque, non garantisce nulla se l’azienda cessa la tua attività: il rapporto di lavoro viene subito sospeso e il rischio di rimanere a casa è molto alto. Vediamo tutti i particolari del caso.

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Cosa succede al contratto di lavoro di un’azienda fallita

In primo luogo, il rapporto di lavoro viene subito sospeso e il rischio che cessi del tutto sale vertiginosamente per il lavoratore. Il contratto di lavoro, però, non cesso immediatamente e definitivamente. È il curatore fallimentare a prendere in carico il caso a questo punto, e a decidere come procedere con i dipendenti di un’azienda fallita. La decisione è dunque una tra le più difficili, ma una recente sentenza della Corte di Cassazione, nello specifico la numero 7308/2018, ha specificato i dettagli del caso: il licenziamento potrebbe avvenire, ma non è automatico.

L’iter del fallimento aziendale

Secondo la Legge Fallimentare 267/1942, in primo luogo è il giudice a dichiarare il fallimento dell’azienda. A questo punto viene nominato un curatore fallimentare che avrà il ruolo in maniera provvisoria e si occupera di tutti gli aspetti burocratici del caso, compresa la liquidazione di tutti i debitori. I rapporti di lavoro, invece, vengono tutti sospesi: in questo caso i lavoratori non potranno cercarsi un altro impiego o andare a lavorare fino a quando il curatore non prenderà una decisione in merito. Durante il periodo di sospensione il lavoratore non percepirà alcuno stipendio.

In questa fase, dunque, il curatore potrebbe decidere di far tornare a lavoro solo una parte dei dipendenti, ad esempio quelli che possono servire a terminare tutte le commissioni dell’azienda che sono rimaste in sospeso. In questo caso il dipendente tornerà a percepire una retribuzione mensile. Secondo l’art. 72, comunque, il lavoratore può decidere se mettere in mora il curatore nel caso in cui questi non prenda una decisione chiara e univoca sul futuro del dipendente. Il giudice in questo caso fisserà una tempistica non oltre i 60 giorni per decidere quando terminare il rapporto di lavoro.

Il TFR dopo un fallimento aziendale

Un altro punto molto importante riguarda il TFR o Trattamento di Fine Rapporto. Esiste il rischio di perderlo? Tecnicamente no. Il datore di lavoro, infatti, è tenuto ad accantonarlo e liquidarlo una volta risolto il contratto di lavoro.
E se l’azienda non ha i soldi per la liquidazione? In questo caso c’è una via d’uscita per il dipendente: sarà il Fondo di Garanzia dell’Inps a pagare sia il TFR che le ultime tre mensilità. Per fare una richiesta ufficiale, al lavoratore conviene munirsi di un avvocato e procedere in questo modo:

  • Invio dell’istanza di ammissione allo stato passivo al curatore fallimentare
  • Ricevimento della dichiarazione, da parte del giudice, dello stato passivo
  • Presentazione della copia autentica di certificazione dello stato passivo all’Inps: a questo documento dovrà essere allegata una copia della certificazione della cancelleria di assenza di opposizioni, il modello SR52, la copia del documento di stato passivo e la documentazione relativa e la copia autentica del decreto che decide un’eventuale azione di opposizione

L’istanza può essere inoltrata per via telematica e una volta sbrigato tutto l’iter burocratico, l’Inps provvederà a emettere l’assegno.

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