Il lavoro sta divorando la nostra vita privata

Il lavoro sta divorando la nostra vita privata e non c’è nulla di più omologante di questo. Si dice sempre che siamo il nostro lavoro; questa frase è usata dai life coach e dai guru del web per dare una spinta autoreferenziale alla nostra intraprendenza, ma non c’è niente di più distruttivo di questa frase. Se torniamo indietro di vent’anni, possiamo ricordare le canoniche otto ore in ufficio, in cantiere, nel ristorante e in qualsiasi altro settore. Tralasciamo gli straordinari per arrotondare lo stipendio a fine mese. Oggi non è più possibile parlare in questi termini e prima ce ne accorgiamo, prima riusciamo a fermare questo processo che ci inghiottirà tutti.

Sta diventando sempre più difficile trovare un lavoro e quando lo si trova è precario, senza prospettive per il futuro e, quasi sempre, di breve durata. Tutto sta diventando di breve durata, ogni cosa è raggiungibile con un click. Gli smartphone ci hanno resi iperconnessi, sempre in perenne contatto col mondo nel buio della nostra stanza. Soli, ma in contatto con tutti. Il lavoro ce lo portiamo a casa e gli uffici somigliano sempre di più alle nostre stanze da letto. Non è un caso. Vita privata e vita lavorativa si stanno mescolando, stanno entrando uno nella routine dell’altro, divorando il nostro tempo libero.

Una ricerca di PageGroup denominata Working Life ha evidenziato questo fenomeno: su 5197 soggetti intervistati in tutta Europa, di cui 775 in Italia, è emerso come almeno il 68 per cento degli intervistati sia in possesso di uno smartphone aziendale, laptop o tablet. Per il 70 per cento dei lavoratori, inoltre, questi strumenti hanno modificato la loro vita e solo per il 36 per cento di loro questo cambiamento è stato positivo. Questo tipo di strumenti, da un lato favorisce il lavoro da remoto, dall’altro diluisce i confini fra vita privata e vita lavorativa. Per quanto riguarda noi italiani, dalle interviste è emerso come il 63 per cento controlli l’e-mail al di fuori dell’orario di lavoro, mentre il 57 per cento risponde alle chiamate.

Secondo i dati, i motivi risiedono nel senso di responsabilità e di obbligo, due caratteristiche che dovrebbero esaurirsi una volta lasciato l’ufficio. Invece si continua a guardare i messaggi, le e-mail e si pensa continuamente al lavoro. Il lavoro sta divorando la nostra vita privata un messaggio alla volta e non riusciamo a capire come fermare questo processo semplicemente perché non ce ne stiamo rendendo conto. In tutto questo lento cambiamento, l’unica cosa che riusciamo ad avvertire è quel caratteristico senso di solitudine, quell’isolamento che una ventina di anni fa ci alienava uno affianco all’altro, e che finiva lì, in quei pochi metri quadri occupati da una scrivania, un computer e un telefono.

Tra vent’anni ci sveglieremo al mattino, accenderemo il nostro computer, ci siederemo alla scrivania della nostra camera con una tazza di caffè e ci complimenteremo con noi ricordandoci quanto siamo fortunati a non dover più uscire di casa alle 6 del mattino. Poi, però, in quella stanza silenziosa, ci guarderemo attorno e non vedremo nessuno. Quell’alienazione che un tempo si provava in ufficio diventerà una vera e propria patologia, il male del nuovo secolo. Forse è arrivato il momento di fare qualcosa contro questa imminente epidemia, altrimenti le vittime non saremo solo noi in quanto persone, ma noi in quanto sistema sociale.

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