Riforma pensioni: meglio quella di vecchiaia o Quota 41?

La riforma pensioni, nell’idea del Governo Lega-M5S, dovrebbe essere in realtà una controriforma con l’obiettivo finale di superare la Legge Fornero. Fin dagli inizi, infatti, i due vicepremier Matteo Salvini della Lega e Luigi Di Maio del M5S, hanno spinto affinché venisse abolita la riforma del Governo Monti voluta nel 2011. Elsa Fornero ha ribadito a più riprese quanto fosse necessario all’epoca prendere delle decisioni drastiche, anche sofferte, per evitare la catastrofe. Ora, però, questa misura si ripercuote in parte pesantemente sugli aventi diritto alla pensione e il Governo Conte cerca di accontentare un po’ tutti. La Quota 41, per alcuni una chimera, sarebbe il vero chiodo fisso del Governo: ma conviene davvero o tanto vale mantenere la pensione di vecchiaia? Le due tipologie a confronto.

Riforma pensioni: fuori dal mercato del lavoro a 67 anni dal 2019

La pensione di vecchiaia, come sappiamo, è una pestazione economica che, a seguito di ufficiale domanda da parte dell’interessato, stabilisce un assegno previdenziale a favore dei lavoratori sia autonomi che dipendenti. Per poterla ricevere è necessario essere iscritti all’AGO – Assicurazione Generale Obbligatoria – alla Gestione Separata dell’Inps e a tutte le forme e declinazioni previste. Ci sono, ovviamente, dei requisiti insindacabili che bisogna ottenere per poter fare domanda e vedersela accolta. Bisogna raggiungere una certa soglia d’età minima e contributi. Come previsto dalla Legge Fornero, la soglia di età minima per accedere alla pensione di vecchiaia verrà innalzata a 67 anni nel 2019 e saranno necessari, come sempre, 20 anni di contributi versati. L’adeguamento alla speranza di vita è forse l’aspetto peggiore della pensione di vecchiaia, anche se chi ha svolto, negli ultimi dieci anni, per sette anni lavori gravosi o mansioni usuranti come lavoratore dipendente accumulando 30 anni di contributi, ne è esente. Questo secondo la Legge di Bilancio 2018. Gli interessati, però non devono essere titolari di Ape Sociale al momento del pensionamento. Insomma, non è facile districarsi fra tutti questi paletti, ma non per tutti la pensione di vecchiaia potrebbe essere un male.

Riforma pensioni: Quota 41 per tutti, indipendentemente dall’età

L’obiettivo finale dichiarato fin dagli inizi dall’Esecutivo gialloverde è la modifica della Quota 41. In questo caso verrebbe estesa a tutti, indipendentemente dall’età anagrafica. La prima data utile, secondo le ultime notizie, potrebbe essere il 2020, ma non c’è ancora nulla di certo. Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno sottolineato anche in queste ultime settimane la volontà di modificarla. Per quei lavoratori che hanno cominciato molto presto è sicuramente un vantaggio e un’ottima possibilità per uscire dal mercato del lavoro. Per ora esiste una possibilità del genere per i lavoratori precoci – chi ha cominciato a lavorare prima dei 18 anni. L’unica clausola è l’aver svolto un lavoro, anche non continuativamente, prima dei 19 anni per un periodo di almeno 12 mesi, maturando l’anzianità contributiva entro il 31 dicembre 1995. Anche in questo caso, però, questa eventualità è riservata a una cerchia ristretta di lavoratori e si potrebbe dire che le differenze non siano così tante con la pensione di vecchiaia. Fra le due ipotesi, la migliore è probabilmente Quota 41, ma bisogna aver cominciato a lavorare molto presto.

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2 pensieri riguardo “Riforma pensioni: meglio quella di vecchiaia o Quota 41?

  • novembre 17, 2018 in 4:05 pm
    Permalink

    Ma io che ho a fine anno 41 anni di contributi versati quando vado in pensione?

    Risposta

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